Le gambe si muovono coordinate e leggere, e guidano i miei passi verso la fontana, con la neve di quest'anno l'acqua sgorga con vigore dal rubinetto, mi basta un sorso per capire che non è vero che l'acqua non ha sapori, molto spesso non ce ne accorgiamo perché sono sapori semplicemente troppo delicati e quasi impercettibili se non li affrontiamo con pazienza.
Sulla mia destra un sentierino che si avventura nel bosco, una volta portava i pastori nei pascoli e i contadini nei loro terrazzamenti strappati alla montagna, ma ormai il bosco e i rovi hanno mangiati tutti i prati. Alla mia sinistra invece si vede tutta la valle da un ripido pendio e il rumore dell'acqua di un fiume copre il suono dei miei passi sull'asfalto. Proprio davanti a me si trova la borgata di montagna Timonsella sopra la valle del Chisone in Piemonte, a me piace chiamarla la Ruciaia, il vero nome in dialetto piemontese che significa pietraia; vedo Beppe che mi saluta col suo bastone e Brighel, il suo cane, che mi viene incontro abbaiando e scodinzolando, aspettando di ricevere qualche carezza.
Beppe è cugino di primo grado di mia nonna e lo considero anche un mio cugino, lui abita ancora in questa borgata nonostante sia rimasto solo lui a viverci. In questa paesino sperduto sulle montagne sono cresciuti i miei bisnonni (nonni bis x me), i miei nonni, la zia, mia madre e io in parte.
Quando la città dove vivevamo diventava stretta e asfissiante io e i miei andavamo a cercare pace in questi luoghi, ho passato intere giornate correndo per i boschi, a raccogliere funghi e scalare i monti nelle vicinanze, qua ho imparato tante cose ma quella che mi ricorderò sempre è come comportarmi davanti ad una vipera, che da quelle parti è veramente pieno! Quando ti salta davanti (e chi ne ha incontrata una sa di che salto parlo) bisogna stare solo fermi, alla fine è lei che ha più paura di te, se non se ne va via meglio prendere un bastone e stuzzicarla, morderà l'estremità di legno e svuoterà lì il suo veleno rendendola innocua, ma comunque scappano via prima, non hanno intenzioni ostili se non gli rompi le palle o le calpesti... e poi l'uomo è troppo grande da mangiare per lei...
Ma adesso è tempo di salutare Beppe e Brighel e proseguire verso un'altra borgata: i Droumijou, nome assurdo e non sono neanche sicuro di averlo scritto bene, questo è un nome in Patuà, la lingua occitana, e in italiano è stata tradotta in "i Dormigliosi".
Il terreno qua intorno è veramente una pietraia formata da lastre di pietra sul grigiastro ma ciò nonostante l'erba e gli alberi riescono a guadagnare spazio, e a crescere rigogliosi in questa nuova primavera creando uno splendido contrasto tra il verde e il grigio. Alla mia destra si nota una vecchia miniera di grafite, abbandonata ormai da tantissimi anni, è la dentro che mia nonna nascondeva i partigiani dai rastrellamenti dei tedeschi nella guerra ed è li che restava di rimanerci per colpa di una frana, ma per fortuna è ancora qua per raccontarmi la sua storia.
In questa foto c'è la borgata Combina, sempre nelle vicinanze, purtroppo non trovo foto di Timonsella e i Dormigliosi, devo farmene dare qualcuna da mia zia, ma tutte le case più vecchie hanno più o meno lo stesso aspetto.
La strada per i Dormigliosi prosegue per 100m prima di portarmi alla borgata è appena la raggiungo il tempo si ferma e ritorna indietro di 50 anni. Le case sono tutte costruite col materiale che si trova sul posto, la struttura è sviluppata quasi sempre su 2 o 3 piani ed è costruita con solida pietra. Al piano terra ci sono ancore le vecchie stalle, le cantine e i depositi per gli attrezzi da lavoro, al primo piano c'è la cucina che nelle case più vecchie è collegata alle camere da letto con un ballatoio in legno che corre lungo la facciata principale della casa. Il tetto è in legno ed è ricoperto da pesanti lastre di pietre chiamate "lose", ottime anche per fare la griglia!
è qua che abita Anita, una vera donna che da 60 anni vive lì e non vuole abbandonare la sua casa e la sua terra per niente al mondo. Ho guardato quel viso e quelle mani molte volte, il volto rugoso scavato dalla fatica del lavoro e dalla morte di suo marito e le mani ruvide e callose, mi hanno fatto quasi paura ma nei suoi occhi ho visto la luce, ho capito chi è una donna forte e felice nonostante tutto.
Fuori da casa sua le galline razzolano felicemente per la borgata, ma Anita deve spesso stare con loro perché le poiane che dominano i cieli sono sempre in agguato, e quindi deve far vedere ai rapaci la sua presenza per scongiurare attacchi. Dopo questa spiegazione mi invita in casa sua per bere qualcosa, mi fà tante domande ed è veramente contenta di parlare con me anche se alcune cose non riesco a capirle; parla un po' in piemontese e un po' in patuà, io da piccolo devo aver assimilato sia il dialetto che la lingua, ma ha un'accento duro tipico dei montanari che rende difficile capire il messaggio, ciò nonostante in qualche modo c'è la facciamo a capirci.
In cucina i muri sono ricoperti da una muffa nera, i mobili sono tutti molto semplici e con colori poco sgargianti sul bianco e il marrone chiaro, i divani sono molto vecchi e rivestiti da coperte a quadri verdi e rosse. Al centro della stanza un vecchio tavolo di legno dove consumare i pasti, cucinati sul putagè (la stufa o meglio lo spolert'). Mi offre un bicchiere di acqua e si assenta un attimo per prendermi dalla cantina delle mele che coltiva lei stessa, su questi alberi non mette nessun tipo di pesticida e in alcuni frutti il vermettino c'è ma come mi hanno insegnato: sembra un paradosso, ma se c'è il verme è un sinonimo di genuinità, e se la mela piace al verme piacerà senz'altro anche a me, infatti è squisita!!
Ora è tardi e devo lasciarla, sulla macchina che mi riporta alla "civiltà", il sole scivola dietro le montagne, la mia mente ripercorre tutte le tappe visitate in quei luoghi e un brivido corre lungo la schiena.
Mi sento triste al pensiero di andarmene via, ma non importa perché nascosta in quelle valli resterà sempre una parte del mio cuore, senza quella parte non potrò mai vivere veramente, per questo motivo ritornerò di nuovo per ricongiungere i pezzi mancanti del cuore.